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MATERIALE STORICO

1) Il Risorgimento italiano, un evento europeo

(articolo del Prof. Francesco Guida Preside della Facoltà di Scienze Politiche Università Roma Tre)

Ricorre in questo anno 2011 il centocinquantesimo anniversario della proclamazione dello Stato unitario italiano. Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II di Savoia assunse il titolo di re d’Italia. Il fatto che non optasse per una nuova numerazione (Vittorio Emanuele I) – oltre a essere un omaggio alla propria molto antica dinastia – dava il segno di una certa continuità con il precedente Regno di Sardegna, che in realtà era stato molto più limitato dal punto di vista territoriale né poteva essere considerato come il rappresentante della nazione italiana. A prescindere da questo aspetto particolare, eppure significativo, lo Stato unitario prendeva vita a compimento di un processo politico, ma anche culturale, lungo e complesso.
Il concetto di Risorgimento, che nell’immaginario comune è funzionale, appunto, alla realizzazione dell’Italia unita, per gli studiosi è da applicare in primo luogo a un nuovo rinascimento culturale  e ideale vissuto da buona parte della società italiana della prima metà dell’Ottocento. Le novità culturali che il Settecento aveva portato con sé (la penisola italiana conobbe una notevole diffusione dell’Illuminismo), così come quelle politiche e militari che avevano tumultuosamente caratterizzato gli anni successivi alla Rivoluzione francese e soprattutto l’epoca napoleonica, lasciarono il segno nelle città e nelle campagne d’Italia, nonostante le Potenze nel Congresso di Vienna del 1814-15 avessero delineato nuovamente la carta geopolitica dell’Europa e imposto un nuovo ordine al Continente. In particolare la Penisola in quegli anni di Restaurazione era divisa in nove Stati, tra grandi e piccoli. Le maggiori formazioni statali erano il ricordato Regno di Sardegna nel Nord-ovest, il Regno Lombardo-Veneto incluso nell’Impero d’Austria nel Nord-est, il Granducato di Toscana, lo Stato della Chiesa e, al Sud, il vastissimo regno delle Due Sicilie. L’influenza dell’Impero absburgico su tutti quegli Stati era innegabile e pertanto fu ovvio che contro di esso in primo luogo si volgessero i programmi e le agitazioni  di ispirazione nazionale.
Come in tanti altri Paesi europei, dalla Grecia alla Polonia, l’idea nazionale fu soprattutto propugnata da società segrete tra le quali spiccò dapprima la Carboneria. In seguito il forte credo politico di Giuseppe Mazzini portò alla creazione di un vero partito come la Giovine Italia nel 1831, aperto alla collaborazione con le altre nazionalità, come attestò già nel 1834 la nascita della Giovine Europa. L’idea di nazionalità si coniugò quasi sempre con l’aspirazione a un regime politico diverso, non assolutistico bensì fondato su una Costituzione, legge fondamentale che costringesse i sovrani a limitare il proprio potere per dividerlo con il popolo, o quanto meno con la parte più attiva e cosciente di esso. Il desiderio di porre fine a un potere politico riservato al sovrano e alla sua ristretta Corte riguardò Stati europei che non avevano bisogno di sottrarsi a un dominio straniero, incluso il vastissimo Impero russo, come dimostrò la rivoluzione del dicembre 1825. Invece aveva motivo di esistere solo presso alcuni popoli e in alcune regioni del continente europeo il programma di liberazione da un potere non nazionale o di unificazione di popolazioni che avevano in comune la lingua, la fede religiosa o la cultura, insomma i principali segnacoli dell’identità nazionale. Ciò fu vero per l’intera parte centro-orientale dell’Europa, in cui dominavano gli Imperi multi-etnici (Russia, Impero ottomano, Impero d’Austria), le terre germaniche su cui sussistevano ancora ben 39 Stati, riuniti nella Confederazione tedesca, e infine la Penisola italiana. Il fenomeno della formazione degli Stati nazionali fu, dunque, europeo, ma ebbe proprio in Italia il suo modello principale. Non casualmente una volta realizzata l’Unità d’Italia, essa fu considerata da imitare da parte dei popoli dell’Europa centro-orientale. Inoltre quel successo, maturato essenzialmente tra il 1859 e il 1861, mutò radicalmente gli equilibri internazionali, più della guerra tra le grandi Potenze combattuta tra il 1853 e il 1856 in Crimea. Sebbene più debole delle altre Potenze, l’Italia unita costituiva un elemento in più e non trascurabile nel “concerto” europeo.
Nei diversi Stati pre-unitari della Penisola i fermenti di carattere costituzionale e patriottico si manifestarono già all’inizio degli anni venti e di nuovo all’inizio degli anni trenta, cioè in due fasi temporali che videro lo spettro della rivoluzione fare la sua apparizione anche in altre regioni d’Europa, talora con successo: la rivoluzione greca del 1821 (dopo uno sfortunato preludio nelle terre romene) portò attraverso diversi anni alla nascita di una Grecia indipendente, sebbene poco estesa territorialmente e dopo l’intervento di alcune Potenze; la rivoluzione del luglio 1830 mutò il volto politico della Francia; frattanto il Belgio si costituiva come Stato indipendente rispetto all’Olanda. Nelle terre italiane l’appuntamento per una più chiara manifestazione del desiderio di cambiare i regimi politici fu rinviato alla seconda metà degli anni quaranta.
L’ascesa (1846) al trono pontificio di Pio IX che lasciava intravvedere una disponibilità a introdurre delle riforme e una certa attenzione al tema dell’identità italiana, servì da catalizzatore dei processi in corso nelle società della Penisola. Seguirono rapidi avvenimenti tra il 1847 e il 1848 fino alla concessione della Costituzione nei maggiori Stati italiani, le vittoriose insurrezioni a Palermo, Milano e Venezia, e infine la dichiarazione di guerra all’Austria da parte del Piemonte di Carlo Alberto, cui diedero sostegno anche volontari partiti da Roma, Napoli e Firenze con il consenso dei rispettivi governi, quasi a prefigurare non solo la “guerra regia” ma una guerra italiana.
Ancora una volta la situazione italiana si era messa in movimento in coincidenza con un vero terremoto politico che scuoteva l’Europa e in primo luogo l’Impero d’Austria: Metternich, l’anima della Restaurazione, fu licenziato, l’imperatore Ferdinando abdicò in favore del giovanissimo Francesco Giuseppe, la Corte dovette lasciare Vienna, fu concessa la Costituzione e le maggiori città dell’Impero videro il successo della rivoluzione. Questa fu più duratura e di maggior significato in Ungheria dove la classe dirigente, secondata dal popolo, aveva deciso di assumere il potere su di sé, dapprima nel nome di una larga autonomia rispetto a Vienna e poi di una chiara indipendenza. Sempre all’interno di questa dimensione europea, fu naturale che i governi di Roma, Venezia e Torino cercassero di avere contatti con quello di Pest. Solo quello piemontese lo fece in modo concreto tanto che una Legione italiana combatté in Ungheria e una Legione ungherese si offrì al governo piemontese (pur senza fare in tempo ad andare al fuoco).
La prima guerra d’indipendenza non raggiunse dunque i suoi obiettivi, ma lasciò una situazione precaria. Non solo il Piemonte aveva dimostrato, con i suoi governi e i suoi sovrani, di essere pronto a guidare un movimento nazionale, ma anche altre parti della Penisola avevano manifestato la disponibilità alle novità anche più avanzate: Venezia e Roma avevano conosciuto il regime repubblicano. In particolare il nuovo re piemontese Vittorio Emanuele II aveva deciso di mantenere in vigore la Costituzione (lo Statuto albertino) e ciò favorì la concentrazione dell’emigrazione liberale e democratica nel Regno di Sardegna. Iniziava il decennio di preparazione (1849-1859) che preluse ai successi del 1859-1861 anche e soprattutto per l’abilità politica e diplomatica di Camillo Benso conte di Cavour, e alla provvisoria riunione delle forze (democratici e moderati, monarchici e repubblicani) per conseguire l’obiettivo primario: l’allontanamento dell’Austria dalla penisola. Per Cavour la già ricordata guerra in Crimea fu l’occasione per creare un rapporto più stretto tra il Piemonte e alcune Potenze, quelle occidentali in particolari, legando la questione orientale (dovuta alla decadenza dell’Impero ottomano e all’insorgere dei progetti nazionali nei Balcani) alla questione italiana. Il suo progetto, costato la vita di non pochi soldati italiani sulle sponde del mar Nero falcidiati dal colera, ebbe pieno successo, riuscendo egli a convincere Napoleone III, imperatore dei francesi, a sostenere il Piemonte contro l’Austria alla scopo di ridisegnare la carta politica dell’Italia, nonostante un patriota italiano di ispirazione mazziniana, Felice Orsini, avesse attentato alla vita del sovrano francese. L’intesa conclusa tra Napoleone III e Cavour negli accordi di Plombières (1858) non corrispondeva certo alle aspirazioni di tutti i patrioti italiani, poiché non prevedeva l’Unità ma ancora una semplice Lega tra quattro Stati (il Regno dell’Alta Italia, un Regno dell’Italia centrale, un simbolico Stato pontificio, il Regno delle due Sicilie) di fatto ponendo la penisola sotto l’influenza francese.
Nel 1859 la guerra che vide i franco-piemontesi prevalere sugli austriaci non portò alla creazione di un Regno dell’Alta Italia poiché il Veneto restò soggetto agli Absburgo e per un attimo i progetti cavouriani parvero essere ridimensionati, tanto più che Nizza e la Savoia furono cedute alla Francia in cambio dell’aiuto prestato. In realtà si innescò un processo inarrestabile anche per Napoleone III. Ad uno a uno gli Stati dell’Italia posti a Sud del fiume Po, Toscana inclusa, attraverso dei plebisciti voluti e gestiti dagli esponenti filo piemontesi, scelsero di unirsi al Regno di Sardegna. Seguì poi la parzialmente inattesa e brillante spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi che in pochi mesi estromise i Borboni dal più vasto Stato della penisola, il Regno delle due Sicilie. Fu il più evidente caso di collaborazione tra uomini di convinzioni non omogenee, ma con l’incontro di Garibaldi e di Vittorio Emanuele II a Teano la conquista del Meridione si concluse con l’assunzione dell’iniziativa politica (e militare quanto alle ultime resistenze borboniche a Gaeta) da parte delle forze monarchiche e moderate. Garibaldi tornò a Caprera, e Mazzini in esilio all’estero.
I governi del nuovo Stato unitario, proclamato il 17 marzo 1861, avevano un enorme compito davanti a loro: trasformare l’unificazione virtuale e formale in sostanziale, attraverso innovazioni giuridiche, economiche, infrastrutturali e sociali. Inoltre bisognava rendere meno profonda la frattura tra le correnti e le forze diverse che avevano collaborato all’unificazione. Sul fronte dell’ordine pubblico e dell’impegno militare si dovette combattere una vera guerra contro il brigantaggio meridionale che assunse anche un colore politico in senso ostile allo Stato dei piemontesi e dei Savoia, per la restaurazione dei Borboni. Infine l’opinione pubblica premeva per il compimento del programma nazionale attraverso l’acquisizione del Veneto e di Roma. Da ciò l’alta probabilità di un nuovo conflitto contro l’Austria. Esso finì per essere combattuto – senza grande gloria – nel 1866 e, ancora una volta, fu legato alla più vasta politica europea sia nella fase di preparazione sia in quella della realizzazione. A lungo si pensò, infatti, che il nuovo momento del Risorgimento italiano sarebbe stato legato al riaccendersi della lotta dei popoli situati al di là dell’Adriatico e dello Ionio contro l’Impero d’Austria e l’Impero ottomano. L’attesa di nuove spedizioni garibaldine si fece spasmodica, ma esse non vennero se non per dirigersi verso Roma. Garibaldi questa volta fu fermato e ferito, però, in Calabria dalle stesse truppe italiane. Ungheresi, greci e altre genti attesero invano l’arrivo delle camicie rosse o un dirompente assalto italiano all’Austria. Solo nel 1866 il governo italiano – la capitale da Torino era stata spostata a Firenze - si mosse perché invitato a farlo da Bismarck che era giunto al punto di definire chi, tra Prussia e Austria, dovesse godere dell’egemonia nell’area germanica, e a tale scopo trovava utile avere un alleato. La sconfitta austriaca portò a grandi conseguenze: per l’Italia significò l’acquisto del Veneto, mentre gli Absburgo accettarono di ristrutturare il proprio Impero divenuto da allora Duplice Monarchia, in seguito al Compromesso tra austriaci e ungheresi.
Nello stesso 1861 in cui veniva proclamato il Regno d’Italia, il governo turco riconobbe l’unione tra i Principati di Moldavia e Valacchia sotto lo stesso principe, Alexandru Ioan Cuza. La storiografia ha rilevato da sempre un notevole parallelismo tra le date che segnarono le vicende risorgimentali italiane e romene: 1821, 1848, 1859, 1861, 1866, 1918. Sebbene l’Ottocento abbia visto la nascita anche dello Stato nazionale romeno, tale parallelismo non deve fare dimenticare la diversità della situazione socio-economica e politica delle terre romene e della Penisola italiana.
La spedizione di volontari garibaldini a Creta nel 1866-1867 in occasione dell’insurrezione dei cristiani dell’isola contro il dominio ottomano fu un segno, benché limitato, di come almeno parte dell’opinione pubblica italiana continuasse a credere in un collegamento ideale e materiale tra il Risorgimento e le lotte delle altre nazionalità contro lo straniero e un potere arbitrario. Altri volontari combatterono in Francia nel 1870-71, in Bosnia-Erzegovina nel 1875, in Grecia nel 1897 e nel 1912. Le sorti della nuova Italia furono determinate, tuttavia, anche da altri collegamenti al quadro politico internazionale. Se ancora nel 1867 una spedizione garibaldina intesa a conquistare Roma, era stata fermata a Mentana dalle truppe pontificie e da quelle francesi, poste a protezione del potere temporale del Papa dal 1860 ridotto al solo Lazio, la sconfitta di Napoleone III contro la crescente potenza prussiana diede via libera perché l’esercito italiano si impadronisse della Città eterna, proclamata l’anno seguente (1871) nuova capitale del Regno d’Italia. La riunificazione delle genti italiche sembrava ormai compiuta, con poche eccezioni che riguardavano Trento e Trieste entrate a far parte dello stato italiano quasi mezzo secolo più tardi (1918).
L’Europa sin dal 1861 annoverava nel suo seno un nuovo vasto Stato, non il più ricco né il più forte, ma dotato di risorse umane e materiali non disprezzabili, in discreto sviluppo, con solide tradizioni culturali e un suo peso specifico sul piano internazionale tanto da accedere ad alleanze ed altre combinazioni diplomatiche. Per gli italiani si era costituito un punto di riferimento unico, cioè uno Stato di cui essere cittadini e una Patria di cui sentirsi parte integrante. Attraverso vicende complesse e spesso non felici quella stessa formazione statale è durata nel tempo, mutando forme istituzionali e politiche ma giungendo, dopo centocinquanta anni, sino ai giorni nostri. In giugno un convegno di vasto respiro ricorderà a Bucarest quegli eventi e la loro dimensione europea, non tacendo i paralleli avvenimenti registratisi nelle terre romene e nel Sud-Est europeo.


2)
Articolo del Settimanale Romeno Observator Cultural sui 150 Anni dell'Unita' d'Italia

Articolo Observator Cultural



3) Il Ministro degli Esteri della Valacchia, I. I. Philippesco, scrive al Console italiano a Bucarest, Annibale Strambio

I principati di Moldavia e Valacchia, nucleo originario dell’attuale Stato rumeno, alla metà dell’800 erano, almeno formalmente, ancora sotto dominio ottomano. Il trattato di Parigi del 1856 permise ai due principati di riunirsi sotto il governo del principe Alessandro Giovanni Cuza e di rinsaldare la propria autonomia rispetto a Costantinopoli. Durante i negoziati di Parigi il Regno di Sardegna si era schierato a favore della causa nazionale rumena. Tale sostegno venne prontamente ricambiato a qualche anno di distanza: il principe Cuza, ancor prima che venisse presentata richiesta di riconoscimento ufficiale, indirizzò una lettera personale a Vittorio Emanuele per esprimere all’Italia i migliori auguri e ricordare il suo debito di riconoscenza. L’8 aprile 1861 venne data formale comunicazione dell’avvenuto riconoscimento. Si pubblica di seguito la riproduzione della nota del Ministero degli Esteri della Valacchia del 8 aprile, tratta dal fondo “Le scritture del Ministero degli Affari Esteri del Regno d’Italia 1860-1887”, b. 805, f. “Agenzia Consolare Generale in Bucarest”. Alla stessa data il Ministero moldavo inviò un documento analogo.

(clicca qui per scaricare il documento in pdf)

Il Ministro degli Esteri della Valacchia, I. I. Philippesco, scrive al Console italiano a Bucarest, Annibale Strambio

Il Ministro degli Esteri della Valacchia, I. I. Philippesco, scrive al Console italiano a Bucarest, Annibale Strambio

Bucarest, 27mars/31 avril 1861

Monsieur l’Agent,
J’ai reçu le Note , N. 371, à la date du 19 [31 mars 1861] par laquelle vous m’avez faites l’honneur de me notifier la sanction et la promulgation de la loi en vertu de laquelle Sa Majesté le Roi Victor – Emmanuel prend pour lui et ses successeur le titre de Roi d’Italie.
Comme vous l’avez très justement pressenti, Monsieur l’Agent, le Gouvernement de Son Altesse Sérénissime est heureux d’un événement qui couronne à si bon droit une série d’effort glorieux de la part d’une nation avec laquelle la Roumanie se trouve de plus en plus fière d’avoir une communauté d’origine et une réciprocité de sympathies.
Le nouveau titre décerné à Sa Majesté le Roi Victor-Emmanuel est une récompense digne du souverain qui, fort de l’amour et de la confiance de l’Italie, a mis toute sa gloire à réaliser, a force de sagesse et de fermeté, la grande pensée italienne, et créé ainsi pour les peuples et pour les princes le plus beau modèle à suivre dans l’histoire pour le triomphe d’un cause identique.
En m’estimant heureux d’être appelé à vous adresser, Monsieur l’Agent, l’expression de ces sentiments auxquels pour ma part, je m’associe pleinement, je saisis cette occasion de vous réitérer l’assurance des ma considération très distinguée.

J. J. Philippesco

Traduzione:

Bucarest, 27 marzo, 8 aprile 1861

Signor Agente,
Ho ricevuto la nota n. 371 del 19/31 marzo 1861 con la quale fate l’onore di notificarmi la sanzione e la promulgazione della legge in virtù della quale Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele prende per lui e per i suoi successori il titolo di Re d’Italia.
Come voi avete molto giustamente previsto, Signor Agente, il Governo di Sua Altezza Serenissima è felice di un evento che corona a buon diritto una serie di gloriosi sforzi da parte di una nazione con la quale la Romania è sempre più fiera di avere una comunanza d’origine e una reciproca simpatia.
Il nuovo titolo riconosciuto a Sua Maestà Vittorio Emanuele è una ricompensa degna del Sovrano che, forte dell’amore e della fiducia dell’Italia, a messo tutta la sua gloria a realizzare, a forza di saggezza e di perseveranza, il grande pensiero italiano e ha creato così per i popoli e per i Principi il più bel modello da seguire nella storia per il trionfo di una causa identica.
Ritenendomi fortunato ad essere chiamato ad indirizzarvi, Signor Agente, l’espressione di questi sentimenti ai quali, per mia parte, mi associo pienamente, colgo questa occasione per reiterarvi l’assicurazione della mia altissima considerazione.

I. I. Filipescu

Nella foto seguente gli auguri espressi del consiglio comunale di Bucarest al nuovo regno d’Italia:

Auguri Consiglio


L’archivio del MAE
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(fonte http://www.esteri.it/MAE/IT/Sala_Stampa/ArchivioNotizie/Approfondimenti/2011/02/20110223_UnitaItalia3.htm)

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